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Restauro di Villa Diomede

La Storia

Nel 79 d.C., Pompei, Ercolano e Stabia vengono investite da una spaventosa eruzione del Vesuvio, che le ricopre di cenere vulcanica e di un flusso piroclastico che pongono fine alla loro esistenza in poche ore. Fino ad allora, erano floridi centri dell’Impero Romano, affacciati sul meraviglioso golfo di Napoli e popolati da una serie di ville eleganti, ricche e raffinatissime.

Ricoperti prima dal materiale vulcanico e poi progressivamente da terra e vegetazione, i resti di Pompei e delle cittadine vicine vennero dimenticati per 1700 anni. Dopo la prima riscoperta di Ercolano, nel 1748 iniziarono anche gli scavi di Pompei per volere di Carlo di Borbone: convinti di essere sulle tracce di Stabia, gli archeologi scoprirono nel 1763 un’epigrafe sulla quale si parlava chiaramente della Red Publica Pompeianorum.

Da allora, il sito di Pompei è stato una continua fonte di ritrovamenti fondamentali per la comprensione della vita, della società e dell’arte romana, oltre a esercitare il suo fascino su visitatori di ogni tipo che ancora oggi ammirano lo splendore dell’insediamento, la ricchezza degli edifici, la straordinaria varietà dei colori degli affreschi, di qualità elevatissima.

il Sito

La villa di Diomede, situata a Porta Ercolano, all’ingresso di Pompei, è attribuita a M. Arrius Diomedes, liberto la cui tomba si trova di fronte all’ingresso monumentale della villa.
Costruita tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., la villa è uno dei primi edifici scavati a Pompei, tra il 1771 e il 1775. Il responsabile degli scavi, Francesco La Vega, ingegnere militare al servizio del re Carlo di Borbone, ha prodotto relazioni e rilievi estremamente precisi, costituendo così un insieme di documentazione eccezionale.
L’eccellente conservazione della villa di Diomede e la sua immediata vicinanza all’ingresso nord di Pompei, dove parcheggiavano le carrozze dei pochi privilegiati che potevano visitare il sito alla fine del Settecento, ne hanno fatto uno dei monumenti più emblematici e visitati del Grand Tour in Italia, abbondantemente descritto e riprodotto da artisti e architetti.

Lo stato di conservazione

L’antica decorazione in buon fresco è presente nel quartiere termale (Calidarium) e in alcuni ambienti del livello -1. Si tratta di affreschi di due epoche diverse: i primi sono più semplici con cromia a fondo giallo e strette cornici a fondo rosso, realizzati con intonachino finale leggermente grezzo. I secondi, più recenti, con zoccolatura a fondo nero e con pareti a fondo rosso. Sono presenti nella parte alta dei vari ambienti anche alcuni elementi in stucco e resti più o meno grandi di cornici modanate con ovuli e piccole volute. 

Tutte le decorazioni, prima del restauro, si presentavano molto degradate e in cattivo stato di conservazione. La causa principale di degrado era dovuta alle infiltrazioni di acqua dallalto e alla risalita capillare dal terreno. Le superfici erano quasi nella totalità interessate dalla presenza di patina biologica, muschi e licheni. Era inoltre rilevante la presenza di piante infestanti.

L'intervento di restauro

L’intervento sulle superfici affrescate è stato improntato al minimo intervento e condotto secondo i principi del restauro archeologico.

Per intonaci e affreschi, dopo la prima pulitura a secco e l’applicazione del biocida, si è proceduto alla pulitura con tensioattivi e alla rimozione dei sali con il metodo Cocoon, poi al consolidamento degli strati di supporto e della pellicola pittorica, alla rimozione delle stuccature incongrue a al loro rifacimento con materiale idoneo, e infine all’integrazione delle decorazioni, effettuata sottotono a velatura con colori ad acquarello.

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